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Tipologie ed effetti degli incendi boschivi
Esistono diverse
categorie di incendi, e ogni categoria ha effetti
diversi sui vari tipi di bosco. Generalmente si
distinguono cinque tipi di fuoco:
Il fuoco di lettiera aggredisce lo strato superficiale del terreno, formato dai residui vegetali non ancora decomposti. Si tratta di una combustione lenta, spesso invisibile all'osservazione, che può causare gravi danni alle piante uccidendone le radici superficiali, ed è difficile da combattere perché poco appariscente. Nel caso del fuoco basso viene distrutto in genere il tappeto erboso e lo strato del sottobosco. Se il fuoco non è stato intenso, di solito lo strato arboreo non viene seriamente danneggiato, dato che gli alberi sono isolati termicamente dalla corteccia. La distruzione della cotica erbosa causa una selezione a favore delle specie rigermoglianti, che prendono il sopravvento su quelle annuali, e la scomparsa delle specie più esigenti. Se però il calore supera un certo limite, i danni possono essere più gravi, e le ustioni nella zona del colletto possono uccidere polloni e fusti.
Il fuoco alto interessa per lo più i boschi di conifere, molto infiammabili soprattutto a causa dell'alto contenuto in resine dei rami e della chioma. Spesso inoltre in questo tipo di bosco si accumulano grandi quantità di materiale legnoso secco estremamente infiammabile. Un incendio di questo tipo ha spesso un effetto distruttivo sui popolamenti di resinose, con la perdita di gran parte delle piante.
Il fuoco totale è quello che danneggia di più la foresta, dato che brucia praticamente tutta la biomassa presente e si sviluppa un calore talmente intenso da essere in grado di uccidere anche le ceppaie. Questo genere di incendio è difficilmente controllabile, poiché può avvenire che il calore crei correnti d'aria imprevedibili e faccia cambiare di colpo direzione al fuoco. Il fortissimo ed improvviso aumento di temperatura può causare combustioni esplosive dei vegetali avvolti dalle fiamme, con grave pericolo per il personale addetto alle operazioni di spegnimento. Un incendio apparentemente estinto, talvolta, riprende ad ardere anche a distanza di qualche giorno dal presunto spengimento. Tali situazioni sono causate dal fuoco sotterraneo che si propaga bruciando lentamente la sostanza vegetale indecomposta incorporata nel terreno. Questo tipo di incendio si verifica nei periodi contraddistinti da notevole siccità, quando il combustibile nei primi centimetri di suolo, è relativamente asciutto. L'incendio sotterraneo può superare i viali parafuoco e le linee di difesa predisposte a contenimento del fuoco, per questo motivo è necessaria un'attenta bonifica dei siti, ad esempio scavando tracce nel terreno.
Nel corso di un incendio questi tipi di fuoco possono combinarsi differentemente o apparire simultaneamente.
Evoluzione dell'incendio di lettiera
Il fronte di
fiamma si propaga nella parte superficiale e meno
compatta della lettiera, rappresentata da foglie
morte, strobili, frammenti di corteccia, rami morti
di piccole e medie dimensioni giacenti sul suolo. In
generale sono le foglie quelle che per prime si
accendono e per ciò risultano essere alla base della
propagazione veloce. Anche il legno di piccole
dimensioni può contribuire ad una propagazione più
rapida, in quanto gli accumuli dei ramuli creano
focolai violenti, dando origine a vortici con
sollevamento di materiale in combustione e così
generare focolai secondari avanzati.
L'altezza della fiamma è generalmente contenuta entro il metro anche se ciò dipende dalle caratteristiche intrinseche del combustibile, dalle condizioni di propagazione e soprattutto dal carico d'incendio presente. Anche la larghezza del fronte è in generale ridotta, ma ciò è comunque variabile in quanto in relazione alla velocità di avanzamento del fuoco. In effetti con lettiere asfittiche o molto compatte il fuoco risulta poco violento, mentre negli accumuli creati dal vento e dove scarsa è la compattezza della lettiera, la lunghezza della fiamma può superare i due metri e l'intensità è incrementata. La velocità di propagazione dei fronti radenti di lettiera è in genere contenuta ma in situazioni di forte vento e in popolamenti di latifoglie nel periodo invernale, o con pendenza accentuata, si possono riscontrare valori superiori (20-30 m/min). L'avanzamento è abbastanza regolare lungo tutto il fronte (tipico il caso dei cedui di Castagno). Le interruzioni del combustibile possono tuttavia spezzare la continuità del fronte con generazione di lingue ed isole irregolari. Evoluzione dell'incendio radente
Il fuoco si
propaga nello strato erbaceo con combustione
parziale o totale delle parti epigee delle specie
erbacee presenti, caratterizzati da un brevissimo
tempo di preriscaldamento e quindi combustibili
rapidi per eccellenza. Ciò è da ascrivere, come per
gli incendi di lettiera ad un elevato rapporto
superficie/volume, tipico degli strati erbacei. In
genere, comunque, presentano una velocità di
propagazione più veloce rispetto ai fronti di
lettiera. In condizioni di media pendenza, velocità
del vento e umidità, la velocità si aggira intorno
ai 5-10 m/min. Quando si considerano combustibili
erbacei è molto importante il loro stadio vegetativo
che determina il contenuto di acqua e quindi la
potenzialità di combustione. Come regola generale,
si può affermare che tanto maggiore è il tenore
idrico delle piante erbacee, tanto minore sarà
l'intensità del fronte. La lunghezza della fiamma si
aggira in media tra uno e due metri, anche se in
casi di carichi di incendi elevati e in condizioni
di disidratazione eccessiva, si possono raggiungere
lunghezze di 3-4m.
Evoluzione dell'incendio di sottobosco arbustivo, macchia e cespuglieto
Il fuoco si
propaga tra i cespugli che compongono lo strato
arbustivo interessando la loro parte fogliare ed i
rami di minore diametro. Gli arbusti si possono
trovare in un differente stato vegetativo ed in base
a questo, possono essere più o meno predisposti a
bruciare. In generale questi incendi, sull'arco
alpino si presentano nel periodo invernale, quando i
cespugliati (roveti, rosai, pruneti) sono in riposo
vegetativo e mantengono ancora parte del loro
fogliame secco ed appassito e le specie sempreverdi
(ad esempio Juniperus spp.) risultano più
disidratate e quindi più predisposte a bruciare.
Situazioni simili si verificano in estate quando il
tasso di idratazione, a causa del forte deficit
idrico, scende al disotto dei valori di guardia.
In genere la lunghezza della fiamma non supera il doppio dell'altezza dello stato di combustione. L'intensità non supera quella dei fronti radenti di lettiera. Per i fronti di sottobosco arbustivo sono importanti le potenzialità di evoluzione in fronte di chioma. Le caratteristiche del combustibile rappresentato dagli arbusti xerotermici della macchia, ricchi di oli essenziali (esempio estratti di Salvia mellifera, 19,1% e Rosmarinus officinalis, 18,4%) hanno un potere calorico pari a più del doppio rispetto a quello della cellulosa, e quindi sviluppano fronti di fiamma ad intensità molto elevata. La macchia si presenta, sotto differenti aspetti:
Nel caso di incendio di alta macchia generalmente si ha l'evoluzione in incendio di chioma. La velocità di propagazione può raggiungere in media 70m/min e fiamme di 12m. Evoluzione dell'incendio di chioma (fuoco alto o di cima)
Tipologicamente
l'incendio di chioma può venire identificato in quel
tipo di fuoco che si estende alle chiome dei
vegetali adulti o si propaga direttamente fra di
esse. In realtà tale descrizione è abbastanza
semplicistica e deve venire integrata con alcune
precisazioni. In effetti, come descritto da VAN
WAGNER (1977), il fuoco di chioma si può propagare
all'interno di un bosco in maniera molto diversa,
pur interessando sempre i combustibili aerei del
popolamento. Fondamentalmente si possono individuare
3 classi o tipologie di fuoco in chioma: il fuoco
passivo, quello attivo e quello indipendente.
Fuoco di chioma passivo. La propagazione fra i palchi delle chiome avviene ad opera del preriscaldamento effettuato dal fronte radente (in genere di lettiera o sottobosco arbustivo) e per tale ragione l'avanzamento del fuoco nelle chiome è subordinato a quello del fronte radente, che generalmente ha velocità più contenute nelle zone boscate rispetto alle zone aperte. L'andamento si può definire in un certo senso "pulsante", dato che alle reazioni esplosive nelle chiome (in genere limitate a parti della chioma, alberi singoli o piccoli gruppi di alberi) si alternano fasi di fuoco radente. Le intensità raggiunte nelle reazioni esplosive normalmente non sono molto alte, tranne in casi particolari, caratterizzati da carichi d'incendio localmente molto elevati, particolari disposizioni dei combustibili nelle chiome, turbolenze o vortici, etc. L'altezza della fiamma si può aggirare intorno ai 5-10m, ma in certe occasioni può raggiungere e superare i 15-20m. Effettuare la valutazione dell'intensità media è pressoché impossibile, data la variabilità delle situazioni e la localizzazione delle reazioni esplosive. Tuttavia una valutazione non molto distante dalla realtà indica valori solitamente compresi fra i 3.000 e i 15.000kW/m, anche se in casi specifici tali valori possono venire superati. Fuoco di chioma attivo. In pratica rappresenta uno stadio intermedio idealmente collocabile fra la tipologia passiva e quella indipendente. In questo caso permane il parallelismo nell'avanzamento del fronte radente nei combustibili di superficie e del fronte in chioma fra quelli aerei. Tuttavia non esiste più quello stretto rapporto di dipendenza del fronte in chioma da quello radente come nel fuoco passivo. Buona parte dell'energia necessaria al preriscaldamento dei combustibili antistanti (sia di superficie che aerei) viene fornita dal fuoco nelle chiome ed il sinergismo con il fronte radente permette di raggiungere una quantità di energia sufficiente per mantenere la propagazione parallela delle fiamme. La propagazione è molto più regolare del fuoco passivo, sempre considerando condizioni dei combustibili, meteorologiche e orografiche relativamente costanti. Le intensità raggiungibili da questi fronti sono già notevolmente elevate, specie se i popolamenti presentano carichi d'incendio elevati. L'altezza media della fiamma in genere supera i 10m, ma può raggiungere ed in certi casi superare i 20-25m. Una valutazione dell'intensità media del fronte è più verosimile del caso precedente, seppure difficilmente valutabile con precisione. I valori trovati da VAN WAGNER (1977) in uno studio sperimentale effettuato in campo forniscono valori compresi fra i 18.000 ed i 23.000kW/m. Tuttavia è facile supporre che tali soglie possano facilmente venire superate qualora il carico d'incendio tenda ad aumentare. Fuoco di chioma indipendente. La propagazione del fuoco fra le chiome avviene completamente svincolata dal fronte radente, e direttamente da una chioma all'altra. Questo fatto è possibile dato che il calore liberato dalla combustione delle chiome è sufficiente per preriscaldare ed accendere le corone successive e i fattori meteorologici ed orografici permettono un'efficace azione di preriscaldamento da parte del calore d'irraggiamento e di convezione. Come descritto da Van Wagner, pur nella sua estrema violenza, tale fase è altamente instabile ed è sufficiente la momentanea mancanza di un fattore che la determina (vento, pendenza, densità della vegetazione, etc.) per farne cessare l'esistenza. Le intensità che vengono raggiunte da questi fronti sono estremamente elevate e difficilmente calcolabili con precisione. Non è tuttavia difficile immaginare che le intensità lineari, se di queste si può ancora parlare, raggiungano varie decine di migliaia di kW/m. L'altezza della fiamma è anch'essa difficilmente valutabile, ma nelle fasi di propagazione parossistica non raramente sono stati registrati valori intorno ai 40-50m. Gli eventi che mostrano fuoco di chioma in molti casi hanno caratteristiche comuni che si possono riassumere come segue:
Il fenomeno dello spotting
Non raramente
gli incendi di chioma, come d'altronde gli incendi
radenti di una certa intensità (problemi seri si
hanno già intorno ai 2.000kW/m), danno origine al
fenomeno dello spotting. Tale comportamento
particolare del fuoco consiste nel sollevamento dal
suolo o nel distacco da erbe, arbusti ed alberi, di
materiale organico acceso che, grazie all'intensità
del focolaio d'origine (fronte di fiamma) o alle
correnti convettive organizzate (colonna
convettiva), vola nell'aria depositandosi a distanza
più o meno elevata dall'incendio principale. In base
a vari fattori, propri del combustibile su cui si
deposita, potrà innescare un nuovo focolaio
d'incendio (detto secondario), il cui destino
evolutivo può essere vario (CESTI, 1990). È questa
particolare modalità di propagazione che permette al
fuoco di superare agevolmente linee di difesa, come
ad esempio aree prive di combustibile (o perlomeno
con combustibile trattato con ritardante o schiuma),
innescando focolai avanzati rispetto al fronte
principale. Oltre al superamento delle linee di
difesa, lo spotting determina un incremento
della velocità media di propagazione dell'incendio.
Fondamentalmente si possono individuare due tipi di spotting, cioè quello su corte distanze e quello su lunghe distanze. Tuttavia, contrariamente a quanto si potrebbe pensare, la vera differenza fra i due tipi è più da ricondurre alla genesi del fenomeno piuttosto che alla distanza superata dal frammento acceso (ROTHERMEL, 1981). In effetti mentre nei casi su corte distanze l'attinenza con la colonna convettiva è minima, nell'altro caso è proprio quest'ultima che determina il sollevamento del frammento ardente ed è invece il vento in quota che determina il suo spostamento in una determinata direzione. Mentre nel primo caso le distanze sono abbastanza contenute ed in genere inferiori ai 100 m, nell'altro queste possono aumentare decisamente e superare anche alcuni chilometri. La divisione appena riportata è abbastanza schematica e nella realtà spesso è difficile classificare con precisione la genesi dell'episodio. Valutazione del rischio degli incendi boschivi
Lo sviluppo di
modellistica per la previsione della pericolosità
dinamica degli incendi boschivi e l'analisi
dell'impatto delle variazioni climatiche sono gli
aspetti fondamentali per valutare il rischio degli
incendi boschivi.
Lo sviluppo e l'implementazione di un modello di previsione della pericolosità dinamica degli incendi boschivi é basato sia sull'influenza della variabilità meteorologica (temperatura, vento, etc.) sia su quella micrometeorologica (flussi di energia e materia all'interfaccia tra la superficie vegetale e la bassa atmosfera). Tale modello integra in sostanza le informazioni contenute nelle tradizionali variabili meteo-climatiche, utilizzate nella valutazione della pericolosità degli incendi boschivi, con le informazioni di maggiore dettaglio delle variabili micrometeorologiche che, a più piccola scala, determinano la maggiore o minore suscettibilità degli ecosistemi boschivi all'insorgenza e alla propagazione degli incendi. Ai fini di ottenere un'analisi valutativa dei possibili rischi consideriamo due possibili soluzioni: Fd - Fuel Dryness Index. Attraverso semplici misure micrometeorologiche di bilancio energetico delle superfici boschive, é possibile monitorare le variazioni stagionali dell'umidità del combustibile vivo e morto e determinare il rischio potenziale di incendio legato alle condizioni di umidità del combustibile. Per le sue caratteristiche operative, il metodo risulta inoltre facilmente integrabile nelle normali reti di monitoraggio. IFI - Ichnusa Fire Index. Sistema integrato per la valutazione del rischio di incendi boschivi calibrato per le condizioni topografiche e vegetazionali tipiche dei nostri ambienti mediterranei. Il sistema è costituito da quattro diversi moduli: Meteo Code, che descrive le condizioni meteorologiche, Drought Code, che descrive lo stato idrico della vegetazione e dell'ambiente, Topo Code, legato alla topografia e all'interazione fra topografia e condizioni di ventosità, e il Fuel Code, che descrive la tipologia vegetazionale. La modellistica sviluppata nell'ambito di questo attività consentirà infine di valutare l'impatto delle variazioni e dei cambiamenti climatici sul rischio di incendi boschivi attraverso la produzione di mappe probabilistiche del rischio di propagazione dell'incendio in presenza di differenti scenari climatici. Un pó di statisticheIncendi boschivi in Italia dal 1970 al 2001
L'archivio completo relativo agli incendi boschivi è disponibile dal 1970 ad oggi, per un periodo complessivo di 34 anni. L'analisi dei dati evidenzia alcune sintetiche considerazioni:
Incendi boschivi per regione – 2005
La mappa del fuoco nelle diverse regioni, nel 2005, si è caratterizzata per il rilevante numero di eventi in Sardegna che, con 3.044 incendi, è stata la sede di una vera e propria emergenza ambientale, non solo nei confronti delle altre regioni ma anche rispetto agli altri anni. All’elevato numero di roghi fa riscontro, nella stessa regione, una superficie media per ciascun incendio abbastanza contenuta, pari a 4 ettari, che evidenzia come le aree percorse dal fuoco, pur essendo oggettivamente di ampia estensione, sono tuttavia proporzionalmente meno gravi rispetto al numero di roghi. Dopo la Sardegna, le regioni che hanno registrato il più elevato numero di incendi sono state la Calabria (818) e la Campania (752). In Sicilia si è concentrata la più estesa superficie boscata percorsa dal fuoco (3.815 ettari), ma la situazione è risultata grave anche in Liguria (3.380 ettari) ed in Sardegna (3.176 ettari). Sempre in Sardegna il fuoco ha percorso la più consistente estensione territoriale, pari a 13.416 ettari; anche in Sicilia e in Calabria gli incendi hanno devastato ampie superfici: 8.589 ettari nella prima e 6.922 ettari nella seconda. La distribuzione evidenziata si differenzia in parte da quella rilevata nello scorso anno, quando la Sardegna, comunque tra le regioni più colpite, aveva registrato un numero di incendi notevolmente inferiore (892), cui corrispondevano superfici molto più ampie (5.052 ettari di boschi e 14.484 di aree complessive). Nel 2004, inoltre, il fenomeno del fuoco si era concentrato prevalentemente in poche regioni, quali Calabria, Sicilia e Sardegna, mentre nel 2005 si è evidenziato in modo grave anche in altre regioni, oltre le precedenti, come la Campania e la Liguria. Significativa la situazione nell’Italia settentrionale, dove Piemonte, Lombardia e Valle d’Aosta sono state particolarmente colpite dagli incendi invernali. Il Piemonte, con 1.192 ettari di superficie boscata bruciata, ha superato la Campania (1.177 ettari) che è stata, comunque, la terza regione in ambito nazionale per numero di incendi. Particolare attenzione merita la Valle d’Aosta, cui spetta il primato negativo di avere registrato la maggiore superficie media per incendio, pari a 27 ettari, mentre il numero complessivo di eventi è risultato poco diverso dagli altri anni (12). Ciò è riconducibile a due incendi particolari, sviluppatisi in un’unica giornata, il 12 marzo, entrambi favoriti da una persistente siccità invernale e primaverile. Anche la Sicilia e la Liguria si sono caratterizzate per l’elevata superficie media per incendio, risultata di circa 12 ettari in entrambe le regioni. Lo scorso anno erano state la Sicilia (17,7 ettari), la Sardegna (16,2 ettari) e l’Abruzzo (10,5 ettari) le regioni nelle quali ciascun incendio aveva avuto una estensione media maggiore. Nel 2005 la Valle d’Aosta ha registrato il minor numero di incendi (12), il Veneto le minori superfici bruciate, sia boscate ( 6 ettari) che totali (31 ettari). Nel 2004 la regione meno colpita dagli incendi era stata il Veneto, sia per numero (12) che per superfici interessate (5 ettari). Incendi boschivi anno 2005
Regime di impatto
REGIME
DI IMPATTO ACCETTABILE:
REGIME DI IMPATTO NON ACCETTABILE:
INCENDI INCONTROLLABILI:
L'Europa e gli incendi forestali
Numero medio annuale di incendi forestali: in alto 1985-91, in basso 1992-97. Quadro mondiale
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